Bologna, 7 ottobre 2026 – Un italiano su dieci (10 %) ha già sperimentato l’intelligenza artificiale per gestire difficoltà emotive, stress o ansia, riscontrando spesso benefici concreti. Tuttavia, l’indagine dell’Osservatorio Sanità di UniSalute, condotta in partnership con Nomisma e dedicata al rapporto tra AI e benessere mentale, mette in luce una diffusa apprensione riguardo all’uso dell’AI in ambito psicologico.

Risultati principali del sondaggio

Tra coloro che hanno provato i cosiddetti “psicologi AI”, i pareri sono prevalentemente positivi: circa due terzi ritengono di aver tratto beneficio. Nonostante ciò, la maggioranza dell’intero campione è concorde nel ritenere che l’AI non possa sostituire il professionista umano. Il 44 % ha un’opinione negativa, considerando la tecnologia rischiosa (21 %) o del tutto inadeguata a un tema così delicato e personale (23 %).

Per una parte significativa dei partecipanti (35 %) l’AI può rappresentare un complemento utile, ma non più di tanto, mentre solo il 16 % crede che entro i prossimi dieci anni l’intelligenza artificiale possa realmente sostituire lo psicologo.

Le principali preoccupazioni degli italiani

Le paure più diffuse riguardano:

    • Risposte troppo compiacenti o poco critiche (43 %) – gli strumenti tendono a assecondare l’utente senza offrire spunti critici.
    • Consigli inappropriati (42 %) – la mancanza di contestualizzazione può generare suggerimenti dannosi.
    • Mancanza di empatia (40 %) – l’assenza di un reale coinvolgimento emotivo è percepita come un limite fondamentale.
    • Dipendenza da strumenti digitali (26 %) – il timore che l’uso frequente possa condurre a una dipendenza tecnologica.
    • Privacy dei dati personali (23 %) – preoccupazioni relative alla protezione delle informazioni sensibili.

Applicazioni accettate dell’AI nel benessere mentale

Nonostante le riserve, gli italiani non rifiutano del tutto l’AI come supporto. Le funzioni più apprezzate includono:

    • Gestione dello stress quotidiano (33 % dei rispondenti).
    • Sostegno nella ricerca di professionisti e servizi psicologici (29 %).
    • Esercizi guidati di mindfulness o rilassamento (presente in percentuali simili).
    • Confidente “robot” per parlare di argomenti senza coinvolgere persone conosciute (26 %).

Scetticismo e desiderio di equilibrio digitale

Una fetta consistente di intervistati (31 %) dichiara che non utilizzerà mai l’AI per scopi psicologici. Questo scetticismo si collega a un bisogno crescente di recuperare la giusta distanza dall’ondata di strumenti digitali pervasivi. Il 64 % degli intervistati assegna a sé stesso uno stile di vita “connesso” o “iperconnesso”.

Parallelamente, il 56 % afferma di voler usare la tecnologia in modo più consapevole entro il prossimo anno, e il 17 % (uno su sei) punta esplicitamente a ridurre il proprio utilizzo abituale. Tra i giovani di età inferiore ai 35 anni, la volontà di limitare l’uso digitale sale al 25 %.

Conclusioni e prospettive future

L’indagine evidenzia una contrapposizione tra il potenziale beneficio percepito dell’AI come strumento di supporto e le profonde riserve legate alla sua incapacità di replicare l’empatia e la competenza di un professionista psicologico. L’AI può essere considerata un “coach” digitale per lo stress, una guida nella ricerca di aiuto professionale o un “ascoltatore neutro”, ma non un sostituto del rapporto umano.

Per gli sviluppatori e le istituzioni sanitarie, la sfida sarà quindi quella di progettare sistemi più trasparenti, capaci di limitare consigli inappropriati e garantire la privacy, senza però pretenderne il ruolo di terapeuta principale. Un utilizzo responsabile e mirato dell’AI, integrato con il supporto di psicologi umani, potrebbe diventare una via di mezzo efficace per migliorare il benessere mentale della popolazione italiana negli anni a venire.