Un primo passo verso l’assistenza artificiale nella selezione
Nel corso di quindici anni di lavoro, ho partecipato a numerose colloquioni per ruoli molto diversi: operatore di call centre, gestore di social media, libraio, copywriter e bibliotecario. Dopo aver concluso il primo anno di un master in educazione della prima infanzia, ho inviato la mia candidatura per un posto di insegnante in un asilo gestito da una on‑line non profit.
La notizia che avrei dovuto sostenere il colloquio con un “assistente AI” mi ha subito colpito. Avevo già sentito parlare di questa pratica e ne conoscevo i limiti: la sensazione di demoralizzazione, il rischio di bias e la perdita della componente umana.
L’inizio del colloquio virtuale
Mi sono presentata come farei per qualunque altra intervista: vestita in modo curato, ho messo a fuori i gatti e mi sono seduta davanti al laptop. Una voce senza volto mi ha salutata per nome e il video‑chat è iniziata. Sullo schermo ero l’unica figura visibile, un’immagine che mi osservava mentre rispondevo alle domande pre‑programmate.
Quando ho chiesto più tempo per riflettere su una domanda particolarmente complessa – cosa accettata nei colloqui tradizionali – l’assistente ha interrotto bruscamente la sessione, espellendomi dal processo. Ho provato a riavviare il colloquio, ma un senso di frustrazione mi serrava la gola.
Domande senza risposta e ripetizioni meccaniche
Al termine della sequenza, l’AI mi ha chiesto se avessi domande sul ruolo. Le mie richieste sono state ricomposte con frasi tratte direttamente dall’annuncio di lavoro, senza alcuna possibilità di approfondimento. L’assistente ha concluso dicendo che per ulteriori chiarimenti avrei dovuto parlare con un manager – una risposta ironica, dato che non avevo ancora incontrato una persona.
Il messaggio di chiusura, “Grazie per il tempo dedicato, il video sarà valutato”, è stato l’unico segno di “umanità” percepita. Ho chiuso il browser e ho osservato il mio riflesso sul monitor vuoto, consapevole di essere rimasta sola per tutta l’esperienza.
Reazioni della comunità e riflessioni personali
Nei giorni successivi, ho condiviso l’accaduto sui forum dedicati alla prima infanzia. Le reazioni sono state di sconcerto: colleghi senior non potevano credere che un’intervista a un ruolo così umano fosse affidata a una macchina. La crisi dell’asilo in Australia, già grave, rende ancora più assurdo delegare il reclutamento a un algoritmo.
Mi sono chiesta se avrei potuto giustificare la situazione pensando che quel colloquio fosse solo una prima fase, che il passo successivo sarebbe stato decisamente umano. La speranza di contribuire alla comunità mi ha spinta a valutare, pazientemente, se il futuro di questa professione potesse includere l’AI senza perdere l’essenza di cura e interazione.
Il rifiuto e le conseguenze
Alla fine ho deciso di ritirare la candidatura, inviando una email dettagliata in cui spiegavo perché l’intero processo mi risultava inaccettabile. È passato più di un mese: nessuna risposta, né un semplice riconoscimento. Non ho avuto modo di parlare con un solo essere umano, né di ricevere feedback sul mio video.
Questa silenziosa inattività mi ha ricordato le parole di molti esperti: l’automazione non è solo una questione di efficienza, ma di possibile cancellazione di lavori che richiedono empatia, creatività e connessione umana.
Guardando al futuro dell’intervista digitale
Le preoccupazioni non si limitano al settore educativo. Studi recenti in Australia segnalano che donne e laureati sono particolarmente a rischio di perdita di posti a causa dell’AI. Se le interviste diventano standardizzate e prive di umanità, potremmo assistere a una nuova forma di “cancellazione del lavoro” in cui la valutazione si basa esclusivamente su algoritmi.
Alcuni suggeriscono un approccio ibrido: lasciare che l’AI gestisca la preselezione di curriculum, ma riservare le interviste finali a persone reali. Questo richiederebbe trasparenza, controlli anti‑bias e la possibilità per i candidati di interagire con un responsabile delle risorse umane.
Conclusioni: un appello a ripristinare l’umano
L’esperienza di essere intervistata da un’assistente digitale è stata, per me, un monito su quanto rapidamente la tecnologia possa soppiantare compiti tradizionalmente umani. Soprattutto in ambiti come l’educazione dei bambini, dove la relazione personale è insostituibile, l’uso dell’AI deve essere valutato con estrema cautela.
Voglio un futuro in cui le tecnologie supportino, ma non sostituiscano, il contatto umano. I bambini meritano educatori presenti e sensibili, non avatar digitali. E noi tutti meritamo processi di assunzione che riconoscano il valore della nostra esperienza e della nostra umanità.