Una frase dal 1979 che riecheggia oggi

In una recente intervista al Corriere della Sera, Marco Camisani Calzolari ha citato una slide di un corso interno IBM del 1979: un computer non può mai essere ritenuto responsabile, quindi non deve mai prendere una decisione. Quasi mezzo secolo dopo, quella frase dice più di noi che delle macchine. Non descrive un limite tecnologico, ma un dovere di chi la usa. Da qui dovrebbe partire ogni discussione sull’intelligenza artificiale (IA) in sanità, prima ancora delle promesse e degli allarmi.

Che cos’è realmente l’intelligenza artificiale?

L’IA non è un essere senziente, non ha intenzioni né desideri. È una macchina logica e statistica che interpreta fenomeni: riconosce regolarità in enormi quantità di dati, stima probabilità e restituisce la risposta più plausibile. Non sa di sapere e non vuole nulla: quando sbaglia non mente, e quando indovina non comprende. Anche le risposte più convincenti sono il prodotto di un calcolo, non di un giudizio.

Camisanì Calzolari usa un’immagine efficace: chi si confida con un chatbot fa ciò che un tempo si faceva con un diario, ma il diario non capiva. Tutto il resto – significato, obiettivo, scelta e responsabilità – è nostra.

Benefici concreti per la sanità

Dentro questi confini il valore per la sanità è altissimo. Lo studio svedese MASAI, condotto su oltre 105 mila donne e pubblicato su The Lancet Digital Health, dimostra che lo screening mammografico supportato dall’IA ha individuato il 29 % di tumori in più senza aumentare i falsi positivi e riducendo del 44 % il carico di lettura dei radiologi. Per i professionisti ciò significa più tempo restituito alla clinica e alla relazione; per i cittadini, strumenti per capire un referto, prepararsi a una visita e gestire a casa una malattia cronica.

Non è un orizzonte lontano: secondo l’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, il 61 % dei medici ha usato l’IA generativa nell’ultimo anno e il 36 % dei cittadini si rivolge già ai chatbot per informarsi su salute, farmaci e terapie.

Da dove nasce la paura?

Perché allora tanta paura? Perché attribuiamo alla macchina intenzioni che non ha, e lo facciamo per spostare altrove un timore più scomodo: quello verso noi stessi. Temiamo di non essere all’altezza di valutare ciò che l’algoritmo ci propone, di delegare per comodità, di firmare decisioni che non abbiamo davvero compreso. È più rassicurante immaginare un modello che prende il sopravvento che ammettere i nostri limiti. Così finiamo per umanizzare la macchina e, nello stesso movimento, ridurre noi stessi a esecutori.

Il ruolo del medico e del cittadino

Vale per i professionisti come per i cittadini. Il medico che rifiuta lo strumento per timore non protegge il paziente: rinuncia a un aiuto e lascia campo libero a un uso non governato. Il cittadino che chiede a un chatbot di interpretare i propri esami non sbaglia per il solo fatto di farlo; sbaglia se tratta la risposta come una diagnosi e non come una domanda da portare al proprio medico. In entrambi i casi la differenza non la fa la macchina, ma la consapevolezza di chi la interroga.

Dati sulla consapevolezza degli specialisti

I dati confermano che il problema non è la potenza dei modelli, ma la distanza tra quella potenza e la nostra capacità di governarla. Lo stesso Osservatorio rileva che solo il 32 % degli specialisti è consapevole del rischio di “allucinazioni”, il 17 % sa riconoscere contenuti generati o manipolati e appena il 2 % dichiara competenze buone in tutti gli ambiti. Non descrivono una professione impreparata, ma una formazione rimasta indietro rispetto alla diffusione degli strumenti.

L’errore di uno strumento probabilistico non è uno scandalo: è statistica. Lo scandalo è non accorgersene.

Quadro normativo italiano

Il legislatore ha già tracciato la linea. La legge 132 del 2025 stabilisce che in sanità l’IA è un supporto nei processi di prevenzione, diagnosi e cura, che la decisione è sempre rimessa al medico e che il paziente ha diritto di essere informato sull’impiego di queste tecnologie. Non è una difesa contro la macchina, ma un impegno per chi la usa: conoscere, valutare, spiegare.

Camisani Calzolari lamenta che all’IA manchi la cintura di sicurezza. È un’osservazione giusta, a patto di ricordare che la cintura non verrà installata dai modelli: la dobbiamo costruire noi, con la formazione dei professionisti, la validazione clinica degli strumenti, la tracciabilità delle decisioni e dati di qualità, come quelli che il Fascicolo Sanitario Elettronico e l’Ecosistema Dati Sanitari rendono strutturati e affidabili.

Governare, non temere

L’intelligenza artificiale non va temuta né idolatrata: va governata. L’unica paura ragionevole è quella di dimenticare che la responsabilità non si delega, perché una macchina può calcolare la probabilità di un esito, ma solo una persona può rispondere di una scelta.

Smettere di avere paura della tecnologia significa, in fondo, avere il coraggio di guardare con onestà i nostri limiti e di assumerci il compito di superarli.

Fonti

    • Roberto Soj, esperto del Dipartimento per la trasformazione digitale e coordinatore del progetto Ecosistema Dati Sanitari
    • Studio MASAI, The Lancet Digital Health
    • Osservatorio Sanità Digitale, Politecnico di Milano
    • Legge 132/2025