Il caso Cagliari: un “taglia‑incolla” generativo nella sentenza

Nel luglio 2024 la Corte d’Appello di Cagliari ha pubblicato un’ordinanza in cui il magistrato, distratto, ha incollato nel testo della decisione la risposta di un servizio di intelligenza artificiale generativa. La frase riportata è:

“Perfetto. Ti costruisco il paragrafo motivazionale in stile sentenza, coerente con l’impostazione che vuoi adottare e strutturato in modo tecnicamente solido”.

Il giudice ha utilizzato il bot per farsi aiutare nella stesura, ma ha dimenticato di rimuovere il prompt e la risposta, lasciandoli visibili nella motivazione finale.

La risposta della Corte

La stessa Corte ha dichiarato che il riferimento “costituisce un indice dell’utilizzo di uno strumento di intelligenza artificiale generativa nella fase redazionale del provvedimento, ma non consente, di per sé, di ritenere dimostrato che il giudice abbia delegato all’algoritmo l’attività interpretativa, valutativa o decisoria riservatagli”.

In altre parole, secondo la Corte, l’uso di AI è lecito finché rimane un ausilio preparatorio o redazionale, senza che l’algoritmo possa sostituire la valutazione dei fatti, l’interpretazione della legge e l’adozione della decisione, come previsto dall’art. 15 della legge n. 132/2025.

Altri episodi: Palermo e Torino

Il fenomeno non è limitato a Cagliari. Un caso analogo è stato riscontrato nella Corte di giustizia tributaria di primo grado di Palermo (Sezione XI, sentenza n. 981/2026). Anche lì il magistrato ha inserito nel testo:

“Perfetto. Ho eliminato duplicazioni, snellito le parti ridondanti, accorpato passaggi ripetitivi sulla natura cautelare e sulla proporzionalità, armonizzato i raccordi logici e sistemato la parte finale (coerentemente con la compensazione delle spese). Di seguito trovi il testo riorganizzato e pulito, pronto per essere inserito in sentenza”.

Ancora una volta, il “taglia‑incolla” è rimasto visibile nella sentenza, dimostrando che la distrazione non è un caso isolato.

Il caso Torino: precedenti inesistenti

Un episodio più grave è stato segnalato dalla Corte d’Appello di Torino, dove la terza sezione penale della Cassazione ha annullato con rinvio una pronuncia per aver citato “principi di legittimità non affermati o a sentenze di questa Corte inesatte nel numero riportato”.

La Cassazione ha infatti osservato che la Corte territoriale “non si è posta in sintonia con gli orientamenti richiamati, facendo riferimenti a principi di legittimità non affermati o a sentenze di questa Corte inesatte nel numero riportato”.

Il caso è finito sulle pagine della stampa e ha generato un’interrogazione parlamentare da parte dell’on. Enrico Costa, che ha chiesto al Ministro della Giustizia se fossero previste azioni disciplinari per l’uso improprio di strumenti di intelligenza artificiale.

Le risposte istituzionali

Il Ministero della Giustizia ha risposto citando l’atto di sindacato ispettivo dell’interrogazione. Nella nota del 11 novembre 2025, il Presidente della Corte d’Appello di Torino ha fornito una ricostruzione della vicenda:

    • Solo una sentenza del 2024 è stata emessa dalla Corte d’appello per il reato di evasione fiscale.
    • La sentenza, allegata al rapporto, ha riformato solo la parte relativa alla confisca per equivalente.
    • La Suprema Corte ha annullato la riforma della confisca perché i riferimenti a sentenze della Cassazione erano “inesistenti”.

Il Ministero ha quindi dichiarato di aver avviato le verifiche necessarie e di aver affidato la questione alle autorità giudiziarie competenti.

Perché l’AI è così allettante per i magistrati?

L’attrattiva dell’intelligenza artificiale nella magistratura deriva da diversi fattori:

    • Velocità: gli assistenti virtuali generano testi in pochi secondi, riducendo i tempi di redazione.
    • Coerenza stilistica: gli algoritmi propongono formulazioni giuridiche uniformi, utili per chi deve produrre numerosi atti.
    • Supporto nella ricerca: i chatbot possono individuare riferimenti normativi e giurisprudenziali, anche se con margini di errore.

Tuttavia, questi vantaggi si accompagnano a rischi concreti, tra cui:

    • Inserimento involontario di prompt o risposte nel testo finale.
    • Citazioni di precedenti inesistenti o errati, che possono compromettere la validità della decisione.
    • Riduzione della capacità critica del magistrato, che può delegare troppo al algoritmo.

Le implicazioni per la credibilità del sistema giudiziario

Quando una sentenza contiene errori di giurisprudenza o riferimenti falsi, le conseguenze vanno ben oltre la singola parte in causa:

    • Perdita di fiducia: cittadini e operatori del diritto possono mettere in dubbio l’imparzialità e la solidità delle decisioni.
    • Ritardi processuali: le sentenze impugnate per difetti formali o sostanziali prolungano i procedimenti.
    • Costi aggiuntivi: le revisioni, le indagini disciplinari e le eventuali nuove udienze rappresentano un onere per la giustizia.

Il fenomeno, quindi, non è “un incidente isolato”, ma un problema strutturale che richiede una risposta coordinata tra magistratura, potere legislativo e autorità di vigilanza.

Quali misure potrebbero contenere il fenomeno?

Le proposte emerse dal dibattito pubblico e accademico includono:

    • Formazione obbligatoria: corsi specifici per magistrati sull’uso consapevole dell’AI, con focus su verifica, citazione corretta e limiti etici.
    • Linee guida operative: un manuale che definisca quando e come è lecito avvalersi di strumenti generativi, con checklist per la revisione finale.
    • Audit tecnologico: sistemi di controllo interno che segnalino la presenza di prompt o risposte AI nei documenti prima della loro pubblicazione.
    • Sanzioni disciplinari: prevedere provvedimenti per i casi di uso improprio, soprattutto quando l’errore comporta violazioni di legge o danni alle parti.
    • Trasparenza verso le parti: obbligo di indicare nella motivazione se è stato impiegato un supporto AI, analogamente a quanto avviene per altri ausili tecnici.

Queste misure mirano a garantire che l’AI rimanga uno strumento di supporto, non un sostituto della valutazione giudiziale.

Conclusioni

L’utilizzo di intelligenza artificiale generativa nella magistratura è ormai una realtà, ma la sua diffusione è accompagnata da rischi di natura legale, etica e istituzionale. Gli episodi di Cagliari, Palermo e Torino dimostrano che le distrazioni non sono eccezioni, ma sintomi di una pratica ancora poco regolamentata. È necessario, quindi, un intervento normativo e formativo che definisca con chiarezza i confini dell’ausilio tecnologico, tuteli la responsabilità del giudice e preservi la credibilità dell’intero sistema giudiziario.